Intervista al Dott. Costa

 Intervista al mitico Dottore dei motociclisti.

link: maxslowhand.wordpress.com/2010/01/06/intervista-al-dott-costa/
Intervistatore   Dott. Costa
Motomondiale, Superbike…i campioni degli sport motociclistici la vedono come un secondo padre, pronto a prendersi cura di loro nel momento del bisogno, non solo fisico ma anche morale.
Cosa significa la clinica mobile per i centauri che segue?
  “Definirmi padre non è proprio corretto. Mi definirei più una madre, fonte di amore, di calore, di tranquillità, una figura in grado di ascoltare i problemi cercando di dare un consiglio.
La figura del padre, pur meravigliosa ed importantissima, rappresenta “colui che detta le leggi”, ed io non mi sento così.E la clinica mobile è per i piloti come una seconda Casa, un luogo dove esistono figure amorevoli, pronte a prendersi cura di loro, anche con solo una parola…l’altare dove il pilota celebra la sua rinascita.”
Non solo piloti con la “P” maiuscola, ma anche i normali motociclisti si possono rivolgere alle sue amorevoli cure. L’idea di questa intervista nasce da una mail di un nostro lettore, felice per aver ricevuto una chiamata “di conforto” da parte del Dr. Costa in persona pochi giorni dopo una richiesta di aiuto alla Clinica Mobile.
A livello morale, un gesto simile, è di indubbio valore, uno stimolo non indifferente per tornare al 100%, un lampante esempio di umilta’ e presenza da parte di una persona cosi’ famosa, specialmente se rapportato alla fredda realtà della società che ci circonda…
  “Odio la tecnologia, la considero solamente una cieca speranza di dare un senso alla nostra esistenza, ma purtroppo, spesso ci ritroviamo a fare i conti con essa.
Piuttosto di una fredda telefonata, preferirei una bella chiacchierata a quattr’occhi, ma mi rendo conto di come questo sia impossibile.
Così mi faccio aiutare dal telefono, per ascoltare la voce di un essere umano che grida aiuto e che va aiutato, anche con un gesto, pur semplice, di una telefonata.
Un gesto che per chi è dall’altra parte della cornetta è molto importante, ma allo stesso tempo lo è per me. Mi fa sentire vivo, perché la solidarietà è un gesto eccezionale, un sentimento che ci vuol aiutare a scoprire il significato della vita, perché il significato della vita è, a mio parere, cercare un significato al dolore.”
La sua struttura quanti motociclisti è in grado di assistere ogni anno?   “Dove c’è l’emozione della velocità c’è anche la Clinica Mobile. Le strutture mobili in attività sono tre, pronte a seguire circa 600 motociclisti, ai quali si aggiungono i piloti di Kart e di altre specialità. In totale però, compresi i “privati”, le 107 persone di cui è composto il nostro staff dedicano le loro attenzioni a più di 3000 persone.”
Tra tutti i casi da Lei assistiti, il più famoso e curioso è indubbiamente quello legato al campione australiano Mick Doohan.
Un vero e proprio rapimento dall’ospedale in cui si trovava gli ha permesso il salvataggio in extremis di una gamba ormai martoriata da cure non adatte…
  “26 giugno ’92, circuito di Assen…una frattura come tante, l’operazione all’ospedale …complicazioni. Si teme per la gamba, ma anche per la vita.
Mick, disperato, lancia un grido d’aiuto ed io, con un aereo attrezzato lo raggiungo in Ospedale, e lo porto in Italia.
Un’impresa disperata, che abbiamo compiuto unendo la gamba sana a quella malata e…fortunatamente è riuscita.
Mick Doohan ha dimostrato una forza d’animo incredibile, un vero Leone, tanto che è pure riuscito a correre le ultime 2 gare…con grande forza e grande coraggio, viste le entità delle ferite ancora da rimarginare.
Un Mondiale della massima classe perso per soli due punti, nonostante tutto. Dopo la gara, lo ricordo piangere,per un dolore intenso, completamente diverso da quello che si può immaginare: quelle lacrime non erano certo versate per il Mondiale perso, ma per non essere stato giustamente ricompensato di una impresa ai limite dell’umano.
Fortunatamente, il destino ha saputo ricompensarlo ampiamente negli anni futuri…”
A che punto siamo con la sicurezza in moto? I piloti cadono a 300 Km/h ed il giorno dopo sono in pista, pronti a battagliare, seppur con qualche botta. La situazione sulle strade è decisamente diversa. Incidenti mortali o con feriti gravi sono all’ordine del giorno.   “Per la sicurezza nei GP si fa molto. La commissione della Federazione lavora al massimo per rendere le gare più sicure possibili. Una grossa mano al compimento di questa impresa la stanno dando anche i piloti, ed i frutti non stanno certo tardando ad arrivare: l’inferno di Suzuka è stato cancellato dal calendario 2004, e di questo ne sono felice. Quell’autodromo non era in grado di garantire un solo briciolo di quella sicurezza che dev’essere alla base di ogni impianto moderno.
I piloti cadono, anche a velocità folli, e molte volte, nonostante le botte e le ferite, riescono a farsi dare l’autorizzazione da parte dei medici della Federazione, totalmente indipendenti dal mio operato, grazie ad una forza d’animo incredibile, che nasce dalla voglia di non deludersi. Il dolore quindi, non più fonte di pena, ma abile alleato nella ricerca della sfida, della velocità, della vittoria.
Passando al tema di strade ed autostrade…si può fare onestamente poco…inoltre, a differenza della pista, la traumatologia della strada è molto complessa…”
Cosa ne pensa dello spropositato aumento delle potenze nelle moto di serie? Dopo tutte le campagne rivolte alla sicurezza, molti importanti Costruttori stanno per lanciare modelli che, per potenza e peso, avrebbero potuto dire la loro nella categoria SBK meno di 10 anni fa…   “Amo la velocità e, di per sé, non la limiterei. Attenzione però, non voglio passare per colui che istiga alla velocità: il mio è solamente un discorso astratto, che esula dalle potenzialità delle moto e dai limiti del Codice della Strada, che devono essere rispettati sempre e comunque, indipendentemente dalla moto che si guida.
La velocità è una divinità che abita dentro di noi, fa parte dell’essere umano, delle sue debolezze, uno stimolo importante nella ricerca del senso della vita.”
Sarebbe favorevole all’introduzione obbligatoria del paraschiena? Costano pochissimo, sono tutto sommato comodi, ed in molti casi possono salvaguardare la mobilità degli arti e nei casi più estremi anche la vita. Che ne pensa?   “Il “paraschiena” è una protezione che moltissimi motociclisti conoscono ed adottano da tempo. Sono a favore del paraschiena: certo, mettendoselo non ci si isola totalmente dal rischio di lesioni alla colonna vertebrale, ma indubbiamente può rappresentare un valido alleato nella ricerca della sicurezza.
Consiglio di usarlo, sarebbe bello che, come i piloti, tutti avessero la coscienza di usarlo…ma come ho già detto, io sono una mamma non un papà…”
Associazioni come “Pista Libera” (www.pistalibera.org) stanno portando avanti una battaglia contro i prezzi a dir poco “inarrivabili” di molti autodromi italiani. In molti casi, oltre ai prezzi spropositati, c’è difficoltà nel reperire turni o giornate di prove libere.
Cosa si può fare per rendere gli autodromi più accessibili?
  “Il costo dei turni in pista è effettivamente alto. E’ uno sport molto costoso, questo è fuori dubbio, ma lo è anche perché le moto sono velocissime ed i circuiti ormai anacronistici. Proteggere gli ostacoli costa molto caro ed anche il personale che deve seguire le giornate dei motociclisti dev’essere in maggior numero rispetto alle giornate o alle manifestazioni dedicate alle auto.
Il mio sogno è quello di costruire un motodromo, per altro già in via di definizione, dedicato a mio padre. Un luogo speciale, studiato esclusivamente per le moto, ideale per chi vuole praticare il motociclismo in modo sicuro e con la sicurezza di avere al proprio fianco la Clinica mobile.
Una struttura appositamente studiata, quindi, per i problemi delle due ruote e che potrebbe offrire, potenzialmente, costi più vantaggiosi rispetto a qualsiasi altra struttura.”
Il circuito di Imola per lei è un luogo davvero speciale. Il progetto nasce dalla mente di Suo padre, ed indubbiamente è uno dei più emozionanti autodromi del mondo, nonostante le modifiche sostanziali del 1995.
La scarsità dei turni di prove libere, il regolamento “ammazza pubblico” della F1, la mancanza del Motomondiale, rendono sempre di più Imola un miraggio per gli appassionati. C’è una soluzione a tutto questo?
  “Imola doveva portare avanti quello che era un sogno meraviglioso…le moto.
Questo non è successo…anzi…le moto a causa del loro rumore, rendono difficile provare in libertà.
Per me l’autodromo di Imola è come un fratello, che può avere i suoi pregi ed i suoi difetti. Voglio mettere ben in chiaro, se possibile, che il nuovo Motodromo che, con l’aiuto del Prof. Vittorio Pollini, docente all’Università di Padova, e della mamma di Capirossi sorgerà, a breve, nella provincia di Ravenna, non andrà certo a fare concorrenza ad Imola, anzi, ne sarà la sua continuazione.”
Rossi è il vero e proprio leader del motociclismo italiano. In molti si sono innamorati del pianeta moto seguendo le sue imprese domenica dopo domenica.
Ma Valentino non è solo un martello in pista, ma anche fuori dall’autodromo riesce ad essere un personaggio di spessore. Forse il segreto del suo successo sta nell’essere sé stesso, sempre e comunque.
Ma dopo di lui? Non le sembra che le nuove leve del Motomondiale siano un po’ troppo attenti alle esigenze di sponsor? Sembra quasi di assistere ad una nuova Formula 1, priva di quei personaggi carismatici che hanno spopolato fino all’inizio degli anni ’90.
  “Se dicessi che i piloti di oggi vivono in un Mondo uguale a quello di Nuvolari, direi un’emerita bugia.
Quei ragazzi sono contaminati, inquinati, dal mondo artificiale e consumitistico che dobbiamo sopportare. Quando i piloti che si avviano alla linea di partenza, hanno la mente completamente annebbiata dal luccicare delle etichette degli sponsor, dei microfoni delle TV, dei contratti da firmare o da rispettare…
Sono l’immagine e veicolo di questi oggetti, ma nel momento in cui abbassano la visiera tornano a vivere nel mondo di Nuvolari con il rischio della morte sempre in agguato, innamorati della velocità e della competizione.
Valentino Rossi, a differenza di tutti gli altri, vive prima e dopo le corsa con grande fantasia, cercando di apprezzare ogni momento felice che la vita gli riserva.
E per essere campioni a visiera abbassata, bisogna prima di tutto sconfiggere lo stress, senza dubbio l’avversario più grande che un pilota possa trovare prima di una curva…”
Il suo libro “dottorcosta” è, come la definisce lei, quasi un’autobiografia. Ce ne vuole parlare?   “Tutti pensano che sia la mia storia…ma è quello che io penso del mondo “mitologico” del motociclismo. E’ dedicato a tutti, non solo agli appassionati…diciamo dai ragazzini delle scuole medie fino ai giovanotti di…100 anni.
Esalta il coraggio, il dolore, la morte, esalta la sfida che il pilota ha con il rischio.
In questo libero racconto le favole di tanti campioni che ho incontrato in 30 anni di piste, spiego le ferite, il dolore, ma anche la mente, di queste persone fantastiche, cercando di trovare una spiegazione…quale sia il motivo della loro volontà ferrea.Parlo anche, ovviamente, della Clinica Mobile. Ormai è un mito…ma io ne sono solo un personaggio. La clinica è un piccolo ospedale, ma anche il rifugio dei piloti e di chi soffre il freddo della vita.” 
Complimenti per il sito della Clinica Mobile www.clinicamobile.com . Un modo nuovo di vedere il motomondiale, di assisterlo, di partecipare alle sofferenze ed alle gioie sue e dei piloti. Quando è nato e di chi è stata l’idea?   “L’idea del sito è stata della Ducati. Visto il mio scarso rapporto con la tecnologia, non avrei mai avuto un’idea così. In ogni caso, devo ammettere che funziona e propone un modo nuovo di vivere le Corse.
Ricevo tantissime mail, moltissime di incoraggiamento. Mi sollevano dall’angoscia di non conoscere ancora il senso di quel sogno chiamato vita, perché se la vita se fosse un sogno non avrebbe altre possibilità di essere accettata.”
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~ di Max su 6 gennaio 2010.

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