Lettera di una terremotata dell’Aquila al leghista Borghezio

•14 gennaio 2011 • Lascia un commento

Non so se non riesco a perdonare lei o me stessa, perché sto sprecando tempo a scriverle.
In molti qui si chiedono se lei sia mai stato a L’Aquila e la invitano a visitarci.
Io, invece, la prego, non venga, mai.
Non riuscirebbe a capire come noi, pesi morti, riusciamo a far vivere una città che non c’è, come noi riusciamo persino a pagare le tasse, quelle stesse che le permettono di avere uno stipendio.
Non venga Borghezio, è meglio.
Potrebbe scoprire che quei pochi che non hanno perduto il lavoro, lavorano il triplo, oppure dedicano il loro tempo a scrivere una legge che li tuteli, o ancora fanno Masterplan e, pensi un po’, anche la raccolta differenziata.
Non venga, Borghezio, a sentire i nostri adolescenti che parlano e creano, le potrebbe far male, e non oso immaginare come la sua mente potrebbe essere sconvolta dal vedere che riusciamo persino a riunirci in assemblea, oppure a divertirci, pensi un po’.
Non venga Borghezio, non perché siamo menti labili che potrebbero commettere qualche azione violenta, non venga, non capirebbe mai.
La mia intelligenza mi permette di capire molte cose, ma se anche un centesimo delle mie tasse va nel suo stipendio no, questo non lo capisco.
Le auguro di rimanere nella sua ignoranza, capire potrebbe esserle fatale!

Giusi Pitari

L’immagine di Borghezio non è stata aggiunta all’articolo per ovvie ragioni di decenza.

fonte: infosannio.wordpress.com
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Fu così che si scoprì che l’assassino non era il maggiordomo.

•13 gennaio 2011 • Lascia un commento

Il processo mediatico abbia inizio. L’italietta funziona così.

fonte: motoblog.it

E’ stato acclamato come l’esordio di “Rossi in rosso”, ma sembrerebbe più quello di “Rossi in arancio”. La Desmosedici GP11 taglia i ponti con il passato, abbandonando la livrea elegante e tipicamente Rosso Ducati, per abbracciare un concetto più sfrontato e appariscente, con una forte presenza di giallo nella #46 di Valentino Rossi, che rende il lavoro grafico di Drudi molto… allegro!

Per tutta la giornata, ieri, avete espresso i vostri giudizi nei commenti dei post come sulla pagina Facebook, e non sono stati particolarmente entusiastici. La sensazione diffusa, anche fra i più invasati tifosi del Dottore, è che l’arrivo del campione di Tavullia abbia snaturato la personalità della D16, portando lo stile fluorescente e giocattoloso dell’accoppiata Drudi-Rossi in uno dei team più rigorosi e tradizionalisti, almeno per quanto riguarda l’estetica.

Però, non è tutta colpa di Valentino. Se osserviamo la moto di Nicky Hayden, noteremo che l’assenza del giallo sulle carene non muta la sensazione di una livrea troppo fluo e tendente all’arancione, a contrasto con troppo bianco e con una grafica molto semplice, quasi amatoriale. Questo è il risultato degli ultimi accordi con Marlboro, che da sempre ha spinto il team ad adottare dei colori più fedeli alla tradizione dello sponsor.

Inutile farlo sapere ai Radical-chic-anti-Rossi, come gli altri radical-chic italioti non ricorderanno nemmeno a chi davano la colpa ieri.

Motociclismo e cromatica: scienze e scienziati a confronto

•13 gennaio 2011 • Lascia un commento

Sono giorni di fervore motociclistico, quelli della presentazione ufficiale di Rossi e della nuova GP11.

 

Se non conoscessi a fondo la proverbiale italica predisposizione alla polemica sarei quasi disgustato dalla miriade di equazioni e disequazioni di ogni grado e genere che leggo in rete, meri pretesti per palesare affermazioni prive di qualsiasi senso sportivo e tecnico.

 

Io mi sono limitato a leggere i resoconti di interviste e conferenze stampa, e, tra tutti, me ne è rimasto impresso uno: tal Filippo Preziosi, che, sul nuovo acquisto della Casa di Borgo Panigale, stranamente non si sofferma su problemi cromatici, ma, tecnicamente, afferma (cito testualmente):

 

“La cosa che mi ha impressionato maggiormente è stata pero’ la sua capacità di creare un clima positivo attorno a sè. Questo non me l’aspettavo perché visto il suo curriculum poteva avere un atteggiamento diverso. Quando c’è una modifica che non produce un miglioramento visibile nella moto, lui è comunque in grado di verificare le parti positive di quella modifica. A livello di elettricità ed entusiamo in Ducati dobbiamo già dirgli grazie .

 

Personalmente, lascio le diaspore cromatiche a chi non ha altri argomenti.

Il navigare come simbolo eroico

•7 gennaio 2010 • Lascia un commento

link: wp.me/pqXt4-1F
autore: Julius Evola
tratto da:
www.centrostudilaruna.it/il-navigare-come-simbolo-eroico.html 

La nave Fram

Se vi è una caratteristica delle nuove generazioni, essa è il superamento dell’elemento “romantico”; il ritorno all’elemento epico. Non interessano più parole, complicazioni psicologistiche e intellettualistiche, quanto azioni. E il punto fondamentale è questo: che, a differenza di quanto è proprio ai fanatismi e alle deviazioni “sportive” delle razze anglosassoni, le nostre nuove generazioni tendono a superare il lato puramente materiale dell’azione, tendono ad integrare e chiarificare questo lato con un elemento spirituale, tornando, più o meno consciamente, a quell’agire, che è un liberarsi, un prender contatto reale, e non estetistico e sentimentale, con le grandi potenze delle cose e degli elementi.Ora, vi sono ambienti naturali che più particolarmente propiziano queste possibilità liberatrici e reintegratrici dell’epica dell’azione, e sono l’alta montagna e l’alto mare, con i due simboli dell’ascendere e del navigare. Qui per via più immediata, la lotta contro le difficoltà e contro i pericoli materiali, si fa mezzo per compiere simultaneamente un processo di superamento interno, per compiere una lotta contro elementi che appartengono alla natura inferiore dell’uomo e che debbono esser dominati e trasfigurati. 

Qualche generazione di superstizione positivistica, e materialistica ha fatto sì che tante belle e profonde tradizioni dell’antichità siano state sepolte nell’oblio, ovvero siano date unicamente come oggetti di curiosità erudita: ignorando e facendo ignorare il significato superiore di cui esse restano sempre suscettibili e che può esser sempre ridestato e rivissuto. 

Ciò, per esempio, va detto per l’antico simbolismo della navigazione, che è uno dei simbolismi tradizionali più diffusi in tutte le civiltà premoderne, ritrovabile con i caratteri di una uniformità strana, che ci fa pensare quanto universali e profonde debbon esser state certe esperienze spirituali dinanzi alle grandi forze degli elementi. E su ciò non crediamo inopportuno dar qui un qualche cenno. 

Il navigare – e in particolare il traversare le acque tempestose – è stato tradizionalmente innalzato al valore di simbolo, in quanto nelle acque, come acque di oceano o acque di correnti, fu sempre figurato l’elemento instabile, contingente della vita terrena, della vita soggetta a decadenza, a nascita ed a morte – e fu inoltre e più particolarmente raffigurato l’elemento passionale e irrazionale che altera questa stessa vita. Se la terraferma, sotto un primo aspetto, valse come sinonimo di mediocrità, di esistenza pavida e piccola poggiata su certezze e sostegni la cui stabilità è tutta illusoria – il lasciar la terraferma, il volgere verso il largo, l’affrontar intrepidamente la corrente o l’alto mare, dunque il “navigare”, apparve spontaneamente come l’atto epico per eccellenza, non pure nel senso immediato, ma anche nel senso spirituale.In navigatore si presentò dunque come un sinonimo di eroe e di iniziato, come sinonimo di colui che, lasciato il semplice “vivere”, vuole arditamente un “più che vivere”, nel senso di uno stato superiore alla caducità e alla passione. 

Sorge allora il concetto dell’altra terraferma, quella vera, che si identifica con la stessa mèta del “navigatore”, con la conquista propria alla epica stessa del mare: e l’”altra riva”, è la terra prima sconosciuta, inesplorata, inaccessibile, data dalle antiche mitologie e dalle antiche tradizioni con i simboli più vari, fra i quali è però frequentissimo quello della isola, immagine per la fermezza interiore, per la calma e il dominio di colui che ha felicemente e vittoriosamente “navigato” portandosi fra le onde o l’impetuosa corrente, ma senza divenirne preda. 

L’attraversare una grande corrente a nuoto o come pilota di un battello era fase simbolica fondamentale nella cosiddetta “iniziazione regale” che si celebrava ad Eleusi. Giano, l’antica divinità della Romanità, dio dei cominciamenti e quindi anche, in senso eminente, della iniziazione quale “vita nova”, era anche dio del navigare; aveva fra le sue insegne caratteristiche la nave. E questa nave di Giano, come pure le sue due chiavi son passate poi nella tradizione cattolica, figurando nella nave di San Pietro e, in genere nel simbolismo della funzione ponteficale. Ora si potrebbe rilevare che lo stesso termine pontifex, nelle antiche etimologie romane, significava il “facitore di ponti”; che pons però arcaicamente significava anche via e come “via” veniva anche concepito il mare, e il Ponto venne detto così per non diversa ragione. Onde vediamo come, per occulte trame, fino in parole e in segni, oggi quasi non più compresi, si siano trasmessi elementi dell’antica concezione del navigare come simbolo. 
La nave Fram, che venne utilizzata in memorabili imprese da Fridtjof Nansen, Otto Sverdrup, Oscar Wisting e Roald Amundsen.  

Nel mito caldaico dell’eroe Gilgamesh noi troviamo un esatto fac-simile di quello dell’Eracle dorico che coglie il frutto di immortalità del giardino delle Esperidi avendo traversato prima il mare, sotto la guida di Atlante il titano. Anche Gilgamesh affronta la via del mare, salpa, seguendo la via occidentale, cioè la via atlantica, verso una terra o isola, ove egli cerca “l’albero di vita”, mentre l’Oceano è paragonato significativamente alle “acque oscure della morte”. E se noi ci spostiamo verso l’Oriente e l’Estremo Oriente, troveremo echi di eguali esperienze spirituali legati ai simboli eroici ed epici del navigare, del guadare, del salpare.  

Come l’asceta buddista fu frequentissimamente comparato a colui che affronta, taglia e vince la corrente, a colui che guada, a colui che naviga glorioso contro corrente, nelle acque essendo figurato appunto tutto quel che viene dalla sete animale di vita e di piacere, dal vincolo dell’egoismo e dall’attaccamento degli uomini – così, nello stesso Estremo Oriente si trova il tema ellenico della “traversata” e del raggiungimento di “isole”, nelle quali la vita non è più mista a morte: come l’Avallon o il Mag Mell atlantico delle leggende irlandesi e celtiche.

Ci si porti nell’Egitto antico e fin nel Messico precolombiano: direttamente o indirettamente ritroviamo non dissimili elementi. E li ritroviamo altresì nelle leggende nordico-ariane. La stessa impresa dell’eroe Siegfried nell’isola di Brunhild comprende essenzialmente il simbolismo della navigazione, della traversata del mare: Siegfried, secondo il Nibelunglied, è colui che dice: “Le vere vie del mare mi sono conosciute. Io posso condurvi sulle onde”.  

Noi potremmo mostrare che la stessa impresa di Cristoforo Colombo ebbe più rapporti di quel che comunemente si sappia con le oscure idee circa una terra, ove, secondo alcune leggende medioevali, si troverebbero “profeti mai morti”, circa un “eliseo transatlantico” che appunto rientra nel simbolismo ora detto. Inoltre, potremmo mostrare perché il concetto del talassocrate, del “signore dei mari” o delle “acque”, molto spesso si collegò anticamente con il concetto del legislatore in senso superiore (p.es. nel mito pelasgico di Minos): potremmo sviluppare l’idea racchiusa nelle figurazioni di colui “che sta sulle acque” o “cammina sulle acque” o e salvato dalle acque” (da Narâyâna a Mosè, a Romolo, a Cristo) ma tutto ciò ci porterebbe troppo lontano, e forse vi torneremo in un’altra occasione.  

“Vivere non necessita. Navigare è necessario”. Questa parola ancor oggi (1933 – n.d.r.) vive, ancor oggi è sentita, ed avvia una delle migliori correnti della nuova epica dell’azione – “Dobbiamo tornare ad amare il mare, a sentire l’ebbrezza del mare, perché vivere non necesse sed navigare necesse est” ebbe a dire lo stesso Mussolini. Ma in questa formula, presa nel suo aspetto più alto, non sussiste forse l’eco di quegli antichi significati?  

Non sussiste forse l’idea del navigare come più che vita, come attitudine eroica, come avviamento a forme superiori di esistenza?  

Che là dove regna il grande, libero respiro del largo, ove si sente tutta la forza di ciò che è senza limiti, sia nella sua calma possente e profonda, sia nella sua terribilità elementare – che sui mari e sugli oceani nuove generazioni sappiano dare “epicamente” alla vicenda fisica del navigare un’anima metafisica, tanto da conferire allo stesso eroismo e allo stesso ardire il valore di un mezzo trasfigurante e da risuscitare così ciò che si celava nelle antiche tradizioni del salpare e del navigare come simbolo e del mare come via verso qualcosa di non più e di non soltanto umano – questo ci sembra uno dei punti più alti che possono orientare le forze di resurrezione in atto nella nuova Italia. 

Riferimenti:

www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli

Frasi belle su moto e motociclisti

•6 gennaio 2010 • 8 commenti

Raccolta di frasi trovate sul web.

link: https://maxslowhand.wordpress.com/2010/01/06/frasi-belle-su-moto-e-motociclisti/

Massime di vita motociclistica

Il debole dubita prima della frenata. Il forte dopo.

Io non domino la mia moto. Per me lei non è la servitrice dei miei pensieri. Io vivo con lei in una relazione che mi fa concepire dei pensieri. Essa è spesso sovrana dei pensieri, e con chi riesce a capovolgere il rapporto lei si renderà utile in strada ma gli sbarrerà il suo grembo.

Spesso è necessario riflettere sul perchè siamo allegri; ma sappiamo sempre perchè siamo tristi. Sicuramente quei giorni non andremo in moto.

When you’re ridin’ you’re livin’; Everything else is just wait’n

Home is wherever you can ride!

Non guidare mai più veloce di quanto il tuo angelo custode possa volare…

-“Non hai paura di ammazzarti se fai un incidente?”
-“No. Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera”

Così nello spazio di poche ore seppi tutto delle motociclette: che erano meravigliose, che nulla poteva eguagliarle, che avevano voce e odore, che potevano essere domate con grande bravura, ma che potevano anche uccidere, senza colpa, senza cattiveria, senza comprendere, ma era certo che potevano farlo.

questa passione così inspiegabile ed incomprensibile per chi non ama bagnarsi di vento… ha conosciuto la gioia dell’essere un gruppo di persone così diverse ma così uguali… il dolore del ricordo di chi non piega più insieme a noi su questa terra… e la consapevolezza della presenza costante di una variabile che porta la vita a potersi spegnere da un momento all’altro…

un motociclista vede il mondo con occhi diversi.

La strada non è una semplice striscia di asfalto, ma diventa fertile terreno per le emozioni, per la vita.

La curva non è una semplice deviazione, è una gioia, un esercizio mentale che ti porta a ragionare passo a passo la manovra corretta, i giusti giri del motore, la marcia perfetta da inserire ed è un esercizio fisico che esprime il gesto che vorremmo fosse efficace e bello da vedere nello stesso tempo.

…siate liberi di guardare lontano anche oltre l’orizzonte, liberi di viaggiare veloci o lentissimi, dove vi porta il suono schietto della moto, che annuncia il vostro arrivo come un tuono annuncia il temporale.

corri x qualcosa…corri x un motivo ke sia la libertà d volare o solo x sentirti vivo…

“Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che quello vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c’è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. E’ incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi – un’esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata.”

“Noi motociclisti ci sentiamo in fondo al cuore la vera nobiltà della strada. Gli ultimi cavalieri erranti discriminati per la loro scelta che va in senso opposto alla omologazione generale, che esalta quella virtù suprema che è l’individualismo”

“Throttle goes both ways” (ovvero: “La manopola del gas si muove in entrambe le direzioni”. Antica saggezza britannica…)

“When I grow up I want to be a biker”. “Sorry son, you can’t do both”.

essere coraggiosi non significa non avevre paura, ma avere paura di qualcosa e farla lo stesso.

mi avrebbe trovato ancora fermo allo stesso semaforo.. con il motore che sornione gira basso celando la rabbia di cui è capace.. come me…

Proverbi motociclistici

i bravi ragazzi vanno in paradiso… io dove c***o voglio…

4 ruote muovo il corpo… 2 l’anima.

Che alla rota davanti ce pensi Dio, che a quella de dietro ce penso io…

chi va piano va lontano… ma io arrivo prima

io nn corro… volo basso…

se mi superi è perché sono fermo al bar

La moto logora chi non ce l’ha

Un motociclista non crea code neanche in auto, un automobilista riesce a crearle anche in moto

scusatemi se volo a bassa quota

rispetto i limiti… miei…!

complimenti, se leggi questo cartello vuol dire che sei ai 250

non viaggiare mai più veloce di quanto possa volare il tuo angelo custode

trasporto cavalli da corsa

Quando muoio voglio essere CROMATO

La pioggia mi bagna… Il vento mi asciuga

Vuoi sapere se esiste un’altra vita oltre quella terrena? Tocca la mia moto e lo scoprirai!

la paura fa novanta, la mia moto duecentottanta

Ho cambiato moto e ragazza, una succhiava troppo, l’altra troppo poco.

Finché non me la dai rimane monoposto

Intervista al Dott. Costa

•6 gennaio 2010 • Lascia un commento

 Intervista al mitico Dottore dei motociclisti.

link: maxslowhand.wordpress.com/2010/01/06/intervista-al-dott-costa/
Intervistatore   Dott. Costa
Motomondiale, Superbike…i campioni degli sport motociclistici la vedono come un secondo padre, pronto a prendersi cura di loro nel momento del bisogno, non solo fisico ma anche morale.
Cosa significa la clinica mobile per i centauri che segue?
  “Definirmi padre non è proprio corretto. Mi definirei più una madre, fonte di amore, di calore, di tranquillità, una figura in grado di ascoltare i problemi cercando di dare un consiglio.
La figura del padre, pur meravigliosa ed importantissima, rappresenta “colui che detta le leggi”, ed io non mi sento così.E la clinica mobile è per i piloti come una seconda Casa, un luogo dove esistono figure amorevoli, pronte a prendersi cura di loro, anche con solo una parola…l’altare dove il pilota celebra la sua rinascita.”
Non solo piloti con la “P” maiuscola, ma anche i normali motociclisti si possono rivolgere alle sue amorevoli cure. L’idea di questa intervista nasce da una mail di un nostro lettore, felice per aver ricevuto una chiamata “di conforto” da parte del Dr. Costa in persona pochi giorni dopo una richiesta di aiuto alla Clinica Mobile.
A livello morale, un gesto simile, è di indubbio valore, uno stimolo non indifferente per tornare al 100%, un lampante esempio di umilta’ e presenza da parte di una persona cosi’ famosa, specialmente se rapportato alla fredda realtà della società che ci circonda…
  “Odio la tecnologia, la considero solamente una cieca speranza di dare un senso alla nostra esistenza, ma purtroppo, spesso ci ritroviamo a fare i conti con essa.
Piuttosto di una fredda telefonata, preferirei una bella chiacchierata a quattr’occhi, ma mi rendo conto di come questo sia impossibile.
Così mi faccio aiutare dal telefono, per ascoltare la voce di un essere umano che grida aiuto e che va aiutato, anche con un gesto, pur semplice, di una telefonata.
Un gesto che per chi è dall’altra parte della cornetta è molto importante, ma allo stesso tempo lo è per me. Mi fa sentire vivo, perché la solidarietà è un gesto eccezionale, un sentimento che ci vuol aiutare a scoprire il significato della vita, perché il significato della vita è, a mio parere, cercare un significato al dolore.”
La sua struttura quanti motociclisti è in grado di assistere ogni anno?   “Dove c’è l’emozione della velocità c’è anche la Clinica Mobile. Le strutture mobili in attività sono tre, pronte a seguire circa 600 motociclisti, ai quali si aggiungono i piloti di Kart e di altre specialità. In totale però, compresi i “privati”, le 107 persone di cui è composto il nostro staff dedicano le loro attenzioni a più di 3000 persone.”
Tra tutti i casi da Lei assistiti, il più famoso e curioso è indubbiamente quello legato al campione australiano Mick Doohan.
Un vero e proprio rapimento dall’ospedale in cui si trovava gli ha permesso il salvataggio in extremis di una gamba ormai martoriata da cure non adatte…
  “26 giugno ’92, circuito di Assen…una frattura come tante, l’operazione all’ospedale …complicazioni. Si teme per la gamba, ma anche per la vita.
Mick, disperato, lancia un grido d’aiuto ed io, con un aereo attrezzato lo raggiungo in Ospedale, e lo porto in Italia.
Un’impresa disperata, che abbiamo compiuto unendo la gamba sana a quella malata e…fortunatamente è riuscita.
Mick Doohan ha dimostrato una forza d’animo incredibile, un vero Leone, tanto che è pure riuscito a correre le ultime 2 gare…con grande forza e grande coraggio, viste le entità delle ferite ancora da rimarginare.
Un Mondiale della massima classe perso per soli due punti, nonostante tutto. Dopo la gara, lo ricordo piangere,per un dolore intenso, completamente diverso da quello che si può immaginare: quelle lacrime non erano certo versate per il Mondiale perso, ma per non essere stato giustamente ricompensato di una impresa ai limite dell’umano.
Fortunatamente, il destino ha saputo ricompensarlo ampiamente negli anni futuri…”
A che punto siamo con la sicurezza in moto? I piloti cadono a 300 Km/h ed il giorno dopo sono in pista, pronti a battagliare, seppur con qualche botta. La situazione sulle strade è decisamente diversa. Incidenti mortali o con feriti gravi sono all’ordine del giorno.   “Per la sicurezza nei GP si fa molto. La commissione della Federazione lavora al massimo per rendere le gare più sicure possibili. Una grossa mano al compimento di questa impresa la stanno dando anche i piloti, ed i frutti non stanno certo tardando ad arrivare: l’inferno di Suzuka è stato cancellato dal calendario 2004, e di questo ne sono felice. Quell’autodromo non era in grado di garantire un solo briciolo di quella sicurezza che dev’essere alla base di ogni impianto moderno.
I piloti cadono, anche a velocità folli, e molte volte, nonostante le botte e le ferite, riescono a farsi dare l’autorizzazione da parte dei medici della Federazione, totalmente indipendenti dal mio operato, grazie ad una forza d’animo incredibile, che nasce dalla voglia di non deludersi. Il dolore quindi, non più fonte di pena, ma abile alleato nella ricerca della sfida, della velocità, della vittoria.
Passando al tema di strade ed autostrade…si può fare onestamente poco…inoltre, a differenza della pista, la traumatologia della strada è molto complessa…”
Cosa ne pensa dello spropositato aumento delle potenze nelle moto di serie? Dopo tutte le campagne rivolte alla sicurezza, molti importanti Costruttori stanno per lanciare modelli che, per potenza e peso, avrebbero potuto dire la loro nella categoria SBK meno di 10 anni fa…   “Amo la velocità e, di per sé, non la limiterei. Attenzione però, non voglio passare per colui che istiga alla velocità: il mio è solamente un discorso astratto, che esula dalle potenzialità delle moto e dai limiti del Codice della Strada, che devono essere rispettati sempre e comunque, indipendentemente dalla moto che si guida.
La velocità è una divinità che abita dentro di noi, fa parte dell’essere umano, delle sue debolezze, uno stimolo importante nella ricerca del senso della vita.”
Sarebbe favorevole all’introduzione obbligatoria del paraschiena? Costano pochissimo, sono tutto sommato comodi, ed in molti casi possono salvaguardare la mobilità degli arti e nei casi più estremi anche la vita. Che ne pensa?   “Il “paraschiena” è una protezione che moltissimi motociclisti conoscono ed adottano da tempo. Sono a favore del paraschiena: certo, mettendoselo non ci si isola totalmente dal rischio di lesioni alla colonna vertebrale, ma indubbiamente può rappresentare un valido alleato nella ricerca della sicurezza.
Consiglio di usarlo, sarebbe bello che, come i piloti, tutti avessero la coscienza di usarlo…ma come ho già detto, io sono una mamma non un papà…”
Associazioni come “Pista Libera” (www.pistalibera.org) stanno portando avanti una battaglia contro i prezzi a dir poco “inarrivabili” di molti autodromi italiani. In molti casi, oltre ai prezzi spropositati, c’è difficoltà nel reperire turni o giornate di prove libere.
Cosa si può fare per rendere gli autodromi più accessibili?
  “Il costo dei turni in pista è effettivamente alto. E’ uno sport molto costoso, questo è fuori dubbio, ma lo è anche perché le moto sono velocissime ed i circuiti ormai anacronistici. Proteggere gli ostacoli costa molto caro ed anche il personale che deve seguire le giornate dei motociclisti dev’essere in maggior numero rispetto alle giornate o alle manifestazioni dedicate alle auto.
Il mio sogno è quello di costruire un motodromo, per altro già in via di definizione, dedicato a mio padre. Un luogo speciale, studiato esclusivamente per le moto, ideale per chi vuole praticare il motociclismo in modo sicuro e con la sicurezza di avere al proprio fianco la Clinica mobile.
Una struttura appositamente studiata, quindi, per i problemi delle due ruote e che potrebbe offrire, potenzialmente, costi più vantaggiosi rispetto a qualsiasi altra struttura.”
Il circuito di Imola per lei è un luogo davvero speciale. Il progetto nasce dalla mente di Suo padre, ed indubbiamente è uno dei più emozionanti autodromi del mondo, nonostante le modifiche sostanziali del 1995.
La scarsità dei turni di prove libere, il regolamento “ammazza pubblico” della F1, la mancanza del Motomondiale, rendono sempre di più Imola un miraggio per gli appassionati. C’è una soluzione a tutto questo?
  “Imola doveva portare avanti quello che era un sogno meraviglioso…le moto.
Questo non è successo…anzi…le moto a causa del loro rumore, rendono difficile provare in libertà.
Per me l’autodromo di Imola è come un fratello, che può avere i suoi pregi ed i suoi difetti. Voglio mettere ben in chiaro, se possibile, che il nuovo Motodromo che, con l’aiuto del Prof. Vittorio Pollini, docente all’Università di Padova, e della mamma di Capirossi sorgerà, a breve, nella provincia di Ravenna, non andrà certo a fare concorrenza ad Imola, anzi, ne sarà la sua continuazione.”
Rossi è il vero e proprio leader del motociclismo italiano. In molti si sono innamorati del pianeta moto seguendo le sue imprese domenica dopo domenica.
Ma Valentino non è solo un martello in pista, ma anche fuori dall’autodromo riesce ad essere un personaggio di spessore. Forse il segreto del suo successo sta nell’essere sé stesso, sempre e comunque.
Ma dopo di lui? Non le sembra che le nuove leve del Motomondiale siano un po’ troppo attenti alle esigenze di sponsor? Sembra quasi di assistere ad una nuova Formula 1, priva di quei personaggi carismatici che hanno spopolato fino all’inizio degli anni ’90.
  “Se dicessi che i piloti di oggi vivono in un Mondo uguale a quello di Nuvolari, direi un’emerita bugia.
Quei ragazzi sono contaminati, inquinati, dal mondo artificiale e consumitistico che dobbiamo sopportare. Quando i piloti che si avviano alla linea di partenza, hanno la mente completamente annebbiata dal luccicare delle etichette degli sponsor, dei microfoni delle TV, dei contratti da firmare o da rispettare…
Sono l’immagine e veicolo di questi oggetti, ma nel momento in cui abbassano la visiera tornano a vivere nel mondo di Nuvolari con il rischio della morte sempre in agguato, innamorati della velocità e della competizione.
Valentino Rossi, a differenza di tutti gli altri, vive prima e dopo le corsa con grande fantasia, cercando di apprezzare ogni momento felice che la vita gli riserva.
E per essere campioni a visiera abbassata, bisogna prima di tutto sconfiggere lo stress, senza dubbio l’avversario più grande che un pilota possa trovare prima di una curva…”
Il suo libro “dottorcosta” è, come la definisce lei, quasi un’autobiografia. Ce ne vuole parlare?   “Tutti pensano che sia la mia storia…ma è quello che io penso del mondo “mitologico” del motociclismo. E’ dedicato a tutti, non solo agli appassionati…diciamo dai ragazzini delle scuole medie fino ai giovanotti di…100 anni.
Esalta il coraggio, il dolore, la morte, esalta la sfida che il pilota ha con il rischio.
In questo libero racconto le favole di tanti campioni che ho incontrato in 30 anni di piste, spiego le ferite, il dolore, ma anche la mente, di queste persone fantastiche, cercando di trovare una spiegazione…quale sia il motivo della loro volontà ferrea.Parlo anche, ovviamente, della Clinica Mobile. Ormai è un mito…ma io ne sono solo un personaggio. La clinica è un piccolo ospedale, ma anche il rifugio dei piloti e di chi soffre il freddo della vita.” 
Complimenti per il sito della Clinica Mobile www.clinicamobile.com . Un modo nuovo di vedere il motomondiale, di assisterlo, di partecipare alle sofferenze ed alle gioie sue e dei piloti. Quando è nato e di chi è stata l’idea?   “L’idea del sito è stata della Ducati. Visto il mio scarso rapporto con la tecnologia, non avrei mai avuto un’idea così. In ogni caso, devo ammettere che funziona e propone un modo nuovo di vivere le Corse.
Ricevo tantissime mail, moltissime di incoraggiamento. Mi sollevano dall’angoscia di non conoscere ancora il senso di quel sogno chiamato vita, perché se la vita se fosse un sogno non avrebbe altre possibilità di essere accettata.”

Aspetta…

•2 gennaio 2010 • 2 commenti

Non smettere mai di cercare la persona giusta per te …
Aspetta la persona che non dice nulla anche quando le sbatti il telefono in faccia,
che rimane sveglia solo per guardarti mentre dormi.

Aspetta la persona
che ti bacia la fronte,
che ti vuole mostrare al mondo orgogliosa
anche se sei in tuta,
che ti tiene la mano di fronte agli amici.

Aspetta la persona che ti ricorda continuamente quanto ci tiene a te
e quanto è fortunata ad averti.
Aspetta la persona che si gira verso i suoi amici
Dicendo ‘… è lei ‘,’ … è lui ‘.